martedì 20 settembre 2016

Eight Days a Week – The Touring Years (2016)

ATTENZIONE: [il seguente post può contenere SPOILER. Per non correre il rischio, si consiglia la lettura della recensione SOLO a chi già conosce il titolo trattato.]

“Eight Days a Week – The Touring Years” è un film documentario, diretto da Ron Howard.
È facile (per chi conosce, apprezza e ascolta la band) intuire dal titolo che si tratta di un documentario sui Beatles. Nello specifico: dall’esordio al boom mediatico, gli anni dei loro spettacolari, storci, indimenticabili concerti live (dal 1963 al 1966), i cambiamenti e la crescita musicale dei quattro di Liverpool oltre che ovviamente la loro crescita personale.

Sono sempre convinta che i film vadano condivisi con chi può apprezzarli tanto quanto noi stessi, per questo motivo ho chiesto a mio padre di andare insieme a vedere questo piccolo gioiellino, tenuto solo pochi giorni al cinema. Ciò ha reso l’esperienza ancora più emozionante e coinvolgente di quanto sperassi.

Sin da piccola sono cresciuta con il mito dei Beatles proprio grazie alla passione con la quale condividevamo l’ascolto con mio padre. Personalmente avrei sempre voluto vivere in quegli anni di cambiamento storico e culturale, far parte di quel mondo di totale stravolgimento; per me loro rappresentano tutto questo.
Inutile dirvi, quindi, quanto abbia cantato e battuto il tempo seguendo le meravigliose musiche presenti nel documentario, mi sia emozionata e stupita ascoltando le loro interviste.
Ma, non vi nego che i brividi più intensi e carichi di emozione, la gioia più grande, me l’ha data proprio mio padre, con i suoi occhioni lucidi e ricordare la sua adolescenza, la ribellione che portava con se la sua generazione… e lì i suoi idoli. Il gruppo che ha amato più di tutti e che mai ha potuto vedere dal vivo.

E stringendogli la mano ho percepito la mancanza. Quella malinconia che spesso mi attanaglia senza motivi specifici. L’assenza ed il vuoto che solo grandi artisti lasciano nelle vite di molti, pur non essendoci passati fisicamente a contatto. Ed ho pensato a quanto avrei voluto conoscere i giovani Beatles, pieni di speranza e di energie, mentre componevano e sperimentavano, quando ancora tutto per loro era divertente e travolgente, mooolto tempo prima che Lennon e Harrison venissero a mancare.


Siamo usciti dalla sala canticchiando e con un sorriso tenero sulle labbra, quei sorrisi che prendono il posto della nostalgia.
Che dire di più… Un gran documentario!



giovedì 1 settembre 2016

M*A*S*H (1970)

ATTENZIONE: [il seguente post può contenere SPOILER. Per non correre il rischio, si consiglia la lettura della recensione SOLO a chi già conosce il titolo trattato.]

Film diretto da Robert Altman, tratto dal romanzo di Richard Hooker, che ha poi ispirato, per l’enorme successo ottenuto, una serie televisiva omonima.
Vincitore di una Palma d’oro e di un Premio Oscar, vanta un cast veramente eccezionale (anche se molti di loro erano ancora ad inizio carriera): Donald Sutherland (Piazza delle cinque lune, Orgoglio e pregiudizio); Robert Duvall (Deep Impact, John Q); Elliott Gould (American History X, Ocean’s 11/12/13); Tom Skerritt (Top Gun, Whiteout).

Trama:
Il titolo M*A*S*H (che sarebbe l’acronimo di Mobile Army Surgical Hospital) già fa intuire che ci troviamo in territorio di guerra, precisamente in Corea (scelta chiaramente allusiva, dato il periodo, per denunciare la guerra del Vietnam e “smitizzare” la figura dell’eroico soldato americano). I personaggi della storia sono tutti dottori, chirurghi e ufficiali dell’esercito USA inviati in questo “ospedale da campo” in cui opereranno con bravura e dedizione. Ma ciò fa da contorno alle loro vicende comiche. Infatti: gli scherzi verso superiori e colleghi, i nomignoli che si affibbieranno e i loro atteggiamenti d’insubordinazione saranno i veri “protagonisti” del film.

Adoro profondamente questo film. La cosa che lo rende ancora più bello ai miei occhi è che non si percepisce (forse come un po’ ci si aspetta) la solita comicità demenziale americana... anzi… molto spesso bisogna cogliere la sottile ironia di una battuta detta quasi con nonchalance. Le situazioni comiche si creano in uno stato goliardico che è abbinabile a tutti gli ambienti da “camerata”.

L’unico “difetto” che ho constatato nel film è l’audio. Delle volte viene difficile sentire perfettamente quello che dicono (soprattutto considerando che è girato spesso all’aperto o dentro delle tende da campo).
Ci sono anche delle scene in cui più personaggi parlano contemporaneamente, cosa che solitamente crea un po’ di confusione all’interno di un film, in questo, invece, credo sia inserito apposta per dare un tocco “realistico” (a parte nelle scene in cui Radar, un personaggio che chiaramente prende il nomignolo dalla capacità di captare ciò che dicono gli altri anche a distanza o prima ancora che lo dicano, parla sopra il suo sergente maggiore).

In se per se la trama non è eccezionale... possiamo più definirla come uno “spaccato” di vita da campo militare in versione comica. Perché il film inizia con l’arrivo del capitano Falco e del capitano Duke e finisce quando questi ricevono la lettera di congedo per tornare a casa.

La regia è geniale! Il montaggio perfetto! Anche la scelta di alcune inquadrature serve a rendere le situazioni ancora più divertenti.
La colonna sonora è parte integrante del racconto, non esterna come a enfatizzare stati d’animo o preannunciare reazioni, ma dagli altoparlanti della radio militare o suonata direttamente dai personaggi.


Consiglio sempre questo film... è divertente, critico ma non pedante!
Un bel film da vedere in compagnia o da godersi anche da soli!