venerdì 29 settembre 2017

The VVitch (2015)

ATTENZIONE: [il seguente post può contenere SPOILER. Per non correre il rischio, si consiglia la lettura della recensione SOLO a chi già conosce il titolo trattato.]

The VVitch è un film incredibile!
Da appassionata di Horror (perché è così che è stato classificato questo film), devo dire che ultimamente il cinema di genere mi sta dando grandi soddisfazioni.
In molti non lo capiranno, forse, lo riterranno “””lento””” (aggettivo che non sopporto granchè nelle critiche di qualsiasi cosa) ma è un film che in qualche modo cattura l’immaginario, appassiona e spinge a chiedersi “come andrà a finire?!”.
Personalmente lo considero un film che cambia ogni volta che lo si guarda, per questo posso dire che se la prima volta l’ho apprezzato molto, la seconda l’ho proprio AMATO!
Infatti ero convinta che tutto fosse messo in chiave simbolica/allegorica o immaginifica, e invece mi sono profondamente ricreduta, ne ho ritrovata un’interpretazione nuova, legata al mondo delle fiabe.
La storia delle storie si potrebbe dire. Il fiabesco che si intreccia – o meglio ancora che si spiega- con la realtà e con la superstizione.

The VVitch è un film che ha la gran capacità di coinvolgere lo spettatore facendolo dubitare di ciò che vede e sente, lo immerge in un mondo che intrappola e sconvolge come fa con i protagonisti.
Un’ambientazione semplice che sembra cambiare con il progredire della storia, il film infatti inizia in una stanza affollata e claustrofobica, una sorta di tribunale religioso, in cui percepiamo la ristrettezza (forse dettata anche dalle cieche convinzioni religiose che sembrano dividere la famiglia protagonista dal resto dei presenti), per poi trasferirci in un ambiente aperto, verdeggiante in cui gli spazi sembrano dare respiro.
Capiremo che questa prima impressione è volutamente ribaltata quando capiremo che la splendida casetta appena fuori dal bosco, non è che una prigione pericolosa che isola i protagonisti abbandonati a loro stessi e a quel poco che la terra crudele è disposta a dare, mentre lo spazio ristretto e affollato è sinonimo di un luogo sicuro, come un guscio, in cui si può fare affidamento su una comunità.


martedì 10 gennaio 2017

In cerca di Amy (1997)

ATTENZIONE: [il seguente post può contenere SPOILER. Per non correre il rischio, si consiglia la lettura della recensione SOLO a chi già conosce il titolo trattato.]

Confesso di averlo visto quasi per caso non avendo la minima idea di cosa aspettarmi!
Conosco altri lavori di Kevin Smith, è un regista che apprezzo molto, di cui ammiro lo stile scanzonato e tipicamente anni ’90, la comicità anche un po’ volgare (lontani del “politically correct”) e le ambientazioni ai limiti dell’underground e/o di tipologia “nerd” (per nulla di moda in quel periodo).
Ma questo film mi ha colta di sorpresa e lasciata a bocca aperta.

Seppur ritroviamo le tematiche “firma” dei primi film di Smith, in questo c’è tanto tanto tanto di più!

Argomenti affrontati con una profondità e uno spirito d’osservazione stupefacenti, già intuibile in Clerks ma che in “In cerca di Amy” raggiungono il massimo!
La ricerca di se stessi, l’accettare il prossimo, la sincerità con se stessi prima ancora che con gli altri, l’ignoranza sulla omosessualità, il mettersi nei panni degli altri, l’uscire dall’etichette imposte dalla società, il proprio ruolo nelle vite degli altri, la consapevolezza di un percorso di crescita che ci cambia, il trovare il proprio posto nel mondo, l’essere realmente se stessi, il mettersi in discussione, il sentirsi inadeguati, la perdita… tutto questo e molto altro dentro un film scorrevole, divertente e che fa riflettere.

Si ha la netta sensazione che la storia sia quasi autobiografica per l’intensità con cui si toccano certi argomenti; la consapevolezza che sbagliando l’approccio spesso perdiamo qualcosa di veramente prezioso e che rischiamo (insistendo sui nostri errori o per assecondare il nostro orgoglio) di non ritrovare mai più.

Impossibile non chiedersi, durante la visione, io come mi sarei comportato/a?

Lo consiglio ad un pubblico con una certa sensibilità e pronto a mettersi in discussione.