ATTENZIONE: [il
seguente post può contenere SPOILER. Per non correre il rischio, si consiglia
la lettura della recensione SOLO a chi già conosce il titolo trattato.]
Reality, film diretto da Matteo Garrone, mette in immagini il
più controverso dibattito degli ultimi anni.
Seppur se ne parli spesso, ritengo che nessuno prima abbia messo così bene in luce l’argomento.
Trama:
Luciano è un pescivendolo di Napoli. Dotato di una grossolana vena comica, si diverte ad allestire, per amici e parenti, spettacolini in occasione di matrimoni ed altre feste. È anche un padre affettuoso e marito presente e premuroso.
Luciano viene convinto, dalla sua affezionata e allargata famiglia, a partecipare, quasi per gioco, ai provini per il Grande Fratello. La possibilità di riuscire a realizzare questo sogno diventa sempre più un’ossessione, fino a fargli perdere completamente il contatto con la realtà.
Seppur se ne parli spesso, ritengo che nessuno prima abbia messo così bene in luce l’argomento.
Trama:
Luciano è un pescivendolo di Napoli. Dotato di una grossolana vena comica, si diverte ad allestire, per amici e parenti, spettacolini in occasione di matrimoni ed altre feste. È anche un padre affettuoso e marito presente e premuroso.
Luciano viene convinto, dalla sua affezionata e allargata famiglia, a partecipare, quasi per gioco, ai provini per il Grande Fratello. La possibilità di riuscire a realizzare questo sogno diventa sempre più un’ossessione, fino a fargli perdere completamente il contatto con la realtà.
Quello che mi ha colpito di più nel film è il continuo
parallelismo tra “sacro” e, ciò che i più ritengono, “profano”.
Il protagonista è un esempio moderno di San Francesco, un
uomo che riceve la “chiamata” (letterale dato che, ad ogni squillo di cellulare,
aspettiamo trepidanti, con lui, la “sentenza” della produzione) e per
raggiungere il suo, possiamo in qualche modo definire, nirvana è disposto a
“spogliarsi” di tutto ciò che possiede: beni materiali, affetti/legami e,
perché no, la propria “dignità”.
Tutto per dimostrare al Grande Occhio, che però non ha
nulla di Divino se non la presunta onniscienza, di essere all’altezza del ruolo
a cui è stato chiamato ad adempire.
Non mancano rimandi chiari a questo confronto/scontro:
immagine sacre, statue di angeli e, in fine, viene scomodato lo stesso Papa.
Ed è proprio a questo ultimo mancato incontro che capiamo
quanto sia profonda la fede di Luciano, disposto ad un pellegrinaggio
spirituale a Roma per raggiungere ed assistere, non alla via crucis (come
voleva far credere ai suoi cari, preoccupati dalla sua ossessione), bensì
all’ambita sede del reality show.
Ho sorriso nel riconoscermi, da meridionale, in quel
concetto di “privacy relativa” che caratterizza la famiglia di Luciano. Tutti
vivono nello stesso palazzo, finestra di fronte a finestra. I matrimoni
diventano occasione per dormire in uno stesso grande ambiente che non lascia
segreti tra zii, nonni e nipoti.
Quel tipo di vicinanza che impedisce di tacere situazioni sconvenienti ma che permette il pronto intervento collettivo nel caso di bisogno.
Luciano già vive in un piccolo Grande Fratello, in cui le telecamere e il pubblico sono gli occhi dei parenti.
Gli manca solo la tanto ambita fama. Sì, perché è quello che lo spinge nella sua “follia” visionaria, ancor più che il premio in palio; aver riconosciuto il suo posto nel mondo, ESSERE riconosciuto.
Quel tipo di vicinanza che impedisce di tacere situazioni sconvenienti ma che permette il pronto intervento collettivo nel caso di bisogno.
Luciano già vive in un piccolo Grande Fratello, in cui le telecamere e il pubblico sono gli occhi dei parenti.
Gli manca solo la tanto ambita fama. Sì, perché è quello che lo spinge nella sua “follia” visionaria, ancor più che il premio in palio; aver riconosciuto il suo posto nel mondo, ESSERE riconosciuto.

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